I 5 DI MONTAG – OTTOBRE

IOttobre è stato un mese strano, di letture sguscianti, notturne, difficili da incasellare. E soprattutto da scegliere per I 5 di Montag. Ho desiderato sperimentare e scrivere, avventurarmi in luoghi sconosciuti, conoscere autori nuovi. E’ stato anche il mese in cui ho iniziato a pensare di focalizzarmi su una letteratura specifica, di studiarla, approfondirla. Come tutti i pensieri fulminanti e folgoranti, animati da passioni che bruciano da lontano e da tanto tempo, questo progetto sta prendendo forma lentamente, messo in un cantuccio a guardare l’evolversi degli eventi. Sono un diesel, ma mi innamoro facilmente di tutto, mi faccio trasportare in mondi lontani con facilità e senza tutta quella paura che mi prende alla vigilia di ogni viaggio (fosse anche prendere il treno per una tratta di 20 minuti). E così mi perdo saltellando di solco in solco. Pur sapendo bene quello che mi procura un tuffo al cuore, mi lascio andare alle derive fantastiche che mi si presentano davanti, seguendo una suggestione del momento, una curiosità incombente, un nome che balza all’improvviso alla ribalta.

Ottobre è stato un mese così. Pochi libri letti, moltissimi iniziati, mangiucchiati, ancora a metà e letti lentamente. Gli altri si incastrano in vicende storiche che ancora bruciano e che affrontano temi attuali e complessi. La dittatura di Pinochet in Cile, il razzismo, le dinamiche discriminatorie innescate dal colonialismo. In particolare, al centro della maggior parte delle letture che ho fatto ci sono state la violenza di genere e la questione femminile. Non è stata una scelta arbitraria, ma è stato interessante averla trovata e approfondita lungo una scia che è partita da lontano con, per esempio, il graphic novel Una edito da Add editore. Per questo, anche se non è rientrata tra i 5 di Montag, voglio ricordare Nostra Signora della solitudine (Feltrinelli, tradotto da Michela Finassi Parolo), della cilena Marcela Serrano. Un tentativo di giallo molto blando, in verità, e con uno stile abbastanza prevedibile e molle, ma con al centro una figura femminile in grado di rompere i ponti col passato, di ricongiungersi con grazia al suo sogno, che poi è il compimento della sua felicità e della sua serenità. Una donna in grado di spezzare ogni legame per centrare la sua esistenza su se stessa, il suo cuore, il suo equilibrio. Se dovessi isolare un paio di parole che definiscano sinteticamente il perimetro narrativo di questo mese, sarebbero queste: Cile, donne, razzismo, Zimbabwe. Scoprite perché

 

Convalescenza di Han Kang (Adelphi, tradotto da Milena Zemira Ciccimarra) è una raccolta di due racconti che mette al centro due donne che parlano appena. Una afonia dalla potenza simbolica tellurica che trasferisce tutto alla dimensione dello sguardo; una dimensione in cui le parole sono ben misera, molesta faccenda. Due vite che espongono una piaga che è lo sbrago in superficie di un dolore indicibile, più ampio e profondo. Segnate da un’apparenza che minimizza il danno a dato clinico, che camuffa malamente ciò che invece è conseguenza, frutto, progenie del lutto, della solitudine, del silenzio, della mortificazione, della diversità. Reduci caduche e mutilate di una malattia dell’anima la cui convalescenza è ancora più faticosa da affrontare, ancora più pesante da vivere. Non si oppongono a quanto succede loro, lo subiscono (o lo assecondano) senza reagire e questo non tanto per indolenza, quanto per la consapevolezza di non saper parlare alcuna delle lingue conosciute, di non poter utilizzare alcuno dei registri lessicali in uso alla gente comune. È la consapevolezza dell’incomunicabilità di chi vive il disagio e la marginalità, quella frattura dentro la quale precipitano le anime sensibili e incomprese. Ne ho scritto una recesione approfondita per Mangialibri. I temi di Convalescenza – la solitudine delle donne, il maschilismo, la violenza psicologica, la ricerca di affermazione della propria identità – si sovrappongono a quelli de La vegetariana di cui anche a suo tempo curai una recensione, sempre su Mangialibri, che potete leggere qui. Da La vegetariana è stato tratto un film, nel 2009, diretto da Lim Woo-Seong e presentato nel 2010 al Sundance Film Festival.  Han Kang ha lo sguardo delicato e sfuggente mentre quello che scrive è un cuneo che spalanca una feritoia. Nel 2016 Domitilla Pirro la intervista per Minima&Moralia e tra i vari temi trattati, quello della sua scrittura spicca per centralità. Forse proprio per il fatto che ho sperimentato l’attività poetica, mi faccio tantissime domande sulla natura della lingua, del linguaggio. […] Il linguaggio è senz’altro imbevuto di violenza, è frutto di un processo forte e violento, è il risultato di infinita violenza nelle relazioni. Però allo stesso modo è l’unico strumento che ha il potere di identificare un certo tipo di messaggio. […] Ma credo che l’essere umano debba necessariamente utilizzare il linguaggio, che resta una parte fondamentale per questa ricerca della purezza perché ne è lo strumento migliore.

L'acrobataL’acrobata di Laura Forti (Giuntina), è la storia di un giovane idealista che dopo essere scappato, bambino, dal Cile all’indomani del golpe, torna per uccidere Augusto Pinochet. Tutta la sua vita, i suoi studi, la sua preparazione militare è forgiata dentro questo programma. Di fatto, Laura Forti, drammaturga molto apprezzata, rappresentata e tradotta all’estero, racconta una storia di famiglia. Una dolorosa storia di famiglia mai elaborata. In casa, per uno strano bisogno che le famiglie hanno di censurare i fatti e di mantenere i segreti, avevo sempre saputo soltanto una parte della vicenda: che lui era morto molto giovane, ucciso dalla polizia cilena – scrive nei ringraziamenti. Ne ho scritto su Mangialibri. Della storia, brevissima e raccontata attraverso l’espediente delle e-mail, Elio De Capitani ne ha tratto un intenso e drammatico spettacolo teatrale con Cristina Crippa e Alessandro Bruni Ocaña. Sul sito web della Forti trovate una scheda con la trama e una toccante recensione Mentre lo leggevo, ho ripescato una sensazione amara, come di una mancanza. L’avevo già provata a settembre, su un aliscafo che mi portava sull’isola di Favignana, da Trapani. Era l’11 settembre, precisamente, ed io sentivo la mancanza di Salvador Allende come uno di famiglia che mi avevano scippato. E ne ho scritto un pezzo su Montag: Salvador Allende. L’uomo dell’arcobaleno.
Risultati immagini per ultima fermata deliciousUltima fermata Delicious di James Hannaham (Rizzoli, tradotto da Alberto Cristofori) è la storia di una madre e di un figlio, neri, poveri nell’America moderna del Sud. La spaventosa galassia raccontata da James Hannaham è illuminata da un faro che amplifica le croste e la sporcizia dei reietti che tappezzano le strade alla ricerca dell’effimero che gli scacci la fame o in attesa di morire con la testa poggiata su un cuscino di bottiglie. È in questo marciume suppurato di disperazione che si cerca la carne da cannone da sfruttare, perché poco è meglio di niente e anche male è meglio di niente. Sullo sfondo, un’America che manca tutti gli appuntamenti con la civiltà; un Paese razzista, che soffia e alimenta il fuoco del KKK, che si volta dall’altra parte, che sostiene e caldeggia la ricerca del profitto, rende lecito ogni strumento atto allo scopo e traduce e ritraduce nel tempo, per renderlo sempre moderno e a la page, il concetto di schiavismo. Ne scrivo su Mangialibri. Che cos’è che spinge, ogi, uno scrittore a scrivere un romanzo sullo schiavismo moderno ce lo spiega lui in un’intervista rilasciata a Public Book, Code-Switching: An Interview With James Hannaham. In estrema sintesi, Hannaham è stato molto influenzato dalle letture fatte alle superiori durante un corso chiamato “Cultural Tourism, Slavery Museums and the Modern Neo-Slavery Novel” durante il quale, tra le altre, figura Amatissima di Toni Morrison. Un altro dei libri che gli capita di leggere è Nobodies di John Bowe nel quale un capitolo racconta la storia di una donna nera in Florida resa schiava in una fattoria nel 1992. Scolvolto dal fatto che la stessa cosa stia succedendo alla stessa gente nello stesso posto e tutti ne stiano parlando come se si trattasse di una cosa del passato, come se fosse finita e la gente nera dovesse dimenticarsene ha realizzato che l‘eredità lasciata dallo schiavismo è molto simile allo schiavismo stesso. Non è mai sparito. E’ solo cambiato, ha metamorfizzato se stesso. Dire che lo schiavismo è finito è come dire che le droghe sono finite perché sono illegali. In verità c’è più schiavismo adesso sul pianeta di quanto ce ne fosse quando i neri erano schiavizzati negli Stati Uniti.

la casa foto giustaLa casa della fame di Dambudzo Marechera (Racconti, tradotto da Eva Allione) è un viaggio al cuore del dolore; un lungo sballottato peregrinare senza la consolazione di un approdo sicuro. E’ un andare dallo Zimbabwe, all’Inghilterra e poi di nuovo allo Zimbabwe e poi dentro e fuori dall’anima. Un’anima stracciata, vagabonda, incapace di trovare pace; quella di Dambudzo Marechera – morto giovane, sieropositivo, povero e solo – che in questo scritto inclassificabile racconta se stesso, il suo Paese, la sua mente affollata di ombre e misteri, devastata, intorbidata da immagini e figure in bilico tra realtà e allucinazione. Ne ho scritto qui, su Montag. Marechera soffriva di schizofrenia ed è morto povero, tossicodipendente e solo, ma la sua scrittura è un fenomeno urlante di verità e lucidità. La furia dell’indignazione di Marechera è un nervo scoperto, un muscolo nudo che spasima. E’ lo sdegno di narrare la vita reietta e minuta che con la sua miseria denuncia gli effetti devastanti dell’imperialismo, dell’occidentalizzazione, del maschilismo, frutti, tutti è tre, dello stesso albero. Con una poetica alta e inarrivabile parla di colonialismo e di razzismo e di uno Zimbabwe corrotto dalla merda bianca. In rete trovate il film tratto da questo libro così sfuggente e inclassificabile – House of Hunger – e, alla fine, un documentario in cui Marechera parla di letteratura, scrittura, politica.

 

Contro-i-figli-La-nuova-frontiera-640x960Contro i figli di Lina Meruane (La Nuova Frontiera, tradotto da Francesca Bianchi) è un pamphlet contro il pensiero unico della maternità; contro l’idea storicamente, economicamente, socialmente invalsa che perché una donna si dica realizzata debba essere madre. Perché viviamo in una società ipocrita e moralista che se da un lato ci illude di contare qualcosa, dall’altro decide come e dove; ci confina a ruoli di frontiera, chiuse dentro steccati che altri hanno eretto per noi e dentro i quali educatori del tutto impreparati – uomini e molto spesso uomini e religiosi – ci insegnano cosa sia buono e giusto che noi facciamo per questo mondo e tra queste opere meritorie che ci viene chiesto di svolgere a maggior gloria di Dio e della Patria, fare figli occupa il primo posto perché non può farlo nessun altro a parte noi e perché – ci dicono – questo è il punto massimo cui possiamo aspirare per sentirci degne e pienamente donne. Ci stigmatizzano se la pensiamo altrimenti, ci dicono che siamo donne a metà se l’istinto materno non ci folgora, ci inculcano l’idea che l’unica normalità è volere figli. Tutto il resto è patologia. Vogliono convincerci che da qui, dalla gravidanza, passa la nostra completezza come se il figlio fosse quell’appendice necessaria che ci manca. Che manca a noi e al resto del mondo, come se il mondo non aspettasse altro che questo, un figlio nostro. La Meruane in una intervista rilasciata alla piattaforma [m]otherhood spiega perchè una donna che non desidera avere figli, dovrebbe averne. E spiega anche con chi se la prende nel suo breve, fulminante saggio: con le supermamme, quelle multitasking che non dicono mai di no, che hanno i superpoteri e pensano di poter fare tutto trascurando se stesse, la propria felicità e la propria realizzazione.

Leggere Contro i figli è liberatorio, ci mostra quanto siamo ostaggio del luogo comune, di convinzioni inveterate, di un immaginario maschilista e capitalista che pretende da noi – donne e madri – un tempo di qualità necessario a forgiare figli di qualità Perché la spinta dell’energia neoliberale è duplice: ha diminuito i fondi e al tempo stesso ha accollato ai genitori la responsabilità dello sviluppo qualitativo dei figli in un mondo che valorizza la produzione, l’accumulo e il consumo.
Leggere Contro i figli è anche istruttivo del fatto che il ruolo della donna nel mondo non passa e non può passare dal ruolo di madre, che il processo di emancipazione continua a riguardarci perché continua a riguardarci il senso di inferiorità, lo squilibrio sociale che subiamo, la discriminazione, la crosta moralista sedimentata da secoli sulla nostra pelle. E continua a riguardarci – perché se non ci convinciamo che riguarda prima di tutto noi allora possiamo benissimo credere che non riguardi nessun altro – la lotta contro il neoliberismo di cui siamo ingranaggio e vittime. La donna e la madre vivono la vera solitudine in una società affollatissima. La loro alienazione, la scarsa coscienza di diritti che sono sempre più ridotti, la ridotta manifestazione del dissenso, la quasi nulla incidenza su politiche pubbliche che le prendano sul serio e valorizzino il loro contributo in moneta sonante. Sicuramente non hanno tempo per occuparsi di queste questioni e risulta quasi contraddittorio chiedere alle madri-lavoratrici di accollarsi anche questo compito, ma ho il sospetto che tenerle così tanto occupate sia esattamente il modo in cui gli si impedisce di elaborare un pensiero critico sulla propria situazione e di agire. Ne ho scritto qui, su Montag mentre ascoltavo in loop Antipatriarca della rapper cilena Ana Tijoux

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