I 5 di Montag – Maggio

IMaggio è stato un mese pieno di impegni di lavoro e mettere insieme I 5 di Montag non è stato semplice. Il tempo è stato scandito dai laboratori di lettura e scrittura per gli studenti e il corso di formazione per l’inserimento, il potenziamento e l’utilizzo multidisciplinare della letteratura nella scuola destinato agli insegnanti. Molte riletture, quindi, e libri del cuore condivisi, approfonditi e diventati – tra le due differenti esperienze – un po’ patrimonio di tutti. Anche questa volta, però, non sono mancate letture interessanti, alcune dolorose, altre complicate, tutte indispensabili e necessarie e che affrontano temi delicati che abbracciano un ampio spettro della nostra vita e del nostro tempo dall’utilizzo del linguaggio, alla violenza di genere, alla solitudine che diventa ossessivo isolamento, alla insurrezione popolare per la dignità e i diritti, all’omofobia. Molti video e molta musica hanno accompagnato la stesura di questo secondo appuntamento con I 5 di Montag, molte riflessioni, tanta ricerca e altrettanto tè sorseggiato per soffermarmi e trovare le parole giuste che narrassero questa esplorazione. Buona lettura.

atlante-paroleL’atlante delle parole di Diego Fontana (Ediciclo). E’ un gustoso libretto sul valore intrinseco delle parole, sulla superficialità con la quale le utilizziamo, sui mondi che esse nascondono e che noi ignoriamo. E’ un’apologia dell’etimo nella quale si sogna e ci si diverte a seguire Fontana nelle sue peregrinazioni esegetiche, quasi una estensione, uno sviluppo di quel Lessico&Nuvole con cui Stefano Bartezzaghi ci deliziava sulle colonne di Repubblica. E il verbo peregrinare non è occasionale poiché, a dar retta all’internet, esso è parte integrante non solo del suo lavoro, ma di tutta la vita di questo copywriter che per molto tempo ha lavoraro per multinazionali di grosso calibro ed ha nella sua bibliografia le pubblicazioni più disparate, dalla linguistica alla spiritualità. Potete verificarlo voi stessi leggendo le narrazioni dei suoi viaggi su Esplorazioniminime, un blog che anima insieme ad Anna Billato, e che – dicono – racconta gli universi lontani o vicini, che spesso giacciono ignorati, sotto la crosta di un’abitudine che diventa incapacità di meravigliarsi, di domandare, di osservare.

cover unaIo sono Una di Una (Add editore, tradotto da Marta Barone). E’ un graphic novel, la storia scorticata in carne viva sulla violenza di genere; è la storia di come lo stupro e il femminicidio, l’uso della donna come oggetto siano il resoconto squallido e volgare del delirio di onnipotenza unilateralmente accettato del maschio. Quella supposta e socialmente garantita impunità che crea dal niente il lupo e l’agnello, il carnefice e la vittima. In particolare, di Io sono Una mi ha colpito il titolo originale: Becoming Unbecoming, diventare inadatta, una sorta di trasformazione che fa passare dall’indifferenza generale al disagio aggravato dallo stigma, come qualcosa di inopportuno che non si addice, sconveniente. Ne ho parlato qui e su Spotify ho creato una personale playlist di brani che hanno fatto da sottofondo alla lettura. Altre playlist dedicate le trovate sul blog personale della disegnatrice, Una. Not funny. Tante playlist più una canzone che è rimasta fuori: That I Would Be Good, di Alanis Morrissette. Da questo graphic novel una classe di recitazione di Mauá, finanziata dalla municipalità e tenuta gratutitamente da insegnanti dello Stato di San Paolo, in Brasile – ne ha tratto un’opera teatrale. Un evento che è esso stesso narrazione, storia di una fascinazione, ma anche militanza attraverso l’arte  per la sensibilizzazione sui temi del femminismo, la violenza di genere, la violenza sessuale.

gli inquiliniGli inquilini di Bernard Malamud (Minimun Fax, tradotto da Floriana Bossi). Harry Lesser e Willie Spearmint, scrittori. Uno bianco ed ebreo, l’altro nero e incazzato. Lesser è l’ultimo inquilino di un fatiscente palazzo che il proprietario è impaziente di demolire per far spazio a costruzioni più moderne e lussuose. Lesser è l’unico stanziale, l’unico a non avere intenzione di lasciare la palazzina. Non prima di aver terminato la stesura del suo ultimo romanzo, almeno. Ma sono dieci anni che scrive e non ne esce nulla di buono. Tutti gli altri appartamenti sono stati già abbandonati, talvolta qualcuno di passaggio sfonda quello che è rimasto da sfondare, dorme su materassi intrisi di piscio, ma un giorno arriva Willie Spearmint, ne occupa uno e inizia a battere furiosamente sui tasti della sua macchina da scrivere. Tra i due si instaura una strana relazione che non è affatto amicizia, ma è tenuta da una accanita rivalità letteraria, dall’acuirsi politico e sociale del solco razziale accese e degenerate dal furto di una donna. Chi ruba all’altro lo scoprirete da voi, leggendo. Malamud costruisce una storia lenta con una scrittura dolce anche quando narra di spigoli e cocci di vetro, che parte da lontano e gira e rigira intorno ad un punto fisso, che poi è il tema prediletto di tutta la sua narrativa, quello che Luca Briasco su un articolo scritto per Il Manifesto chiama “L’ingiustizia sulla scena americana”. La sua quindi è una ricerca insistente sulle figure marginali che hanno costruito l’America, gli emigrati, i reietti, quelli senza fortuna che hanno mancato il sogno americano e trascinano le loro vite nelle marginalità urbane e spirituali delle grandi città. Come Lesser e Willie, due scrittori incarogniti coi propri manoscritti, che non vedono altro oltre alle proprie dita che pestano sulla macchina da scrivere, alle bozze editate, all’ossessione di una trama che non fila. Solitudine che diventa isolamento; ricerca dell’affermazione che diventa oblio. E’ una scelta rischiosa questo tema, scrive Alexandar Hemon nella prefazione, perchè la condizione di scrittori frustrati, travalica la disciplina e diventa scontro di classe, razziale, competizione cieca. Ma  la storia di Lesser e Willie è anche il quadro sintetico di una America che negli Anni Sessanta stava cambiando, della New York  che abbatte il vecchio per fare spazio al nuovo, che sembra non avere intenzione di conservare memoria della propria storia e del proprio passato.  E’ la New York raccontata con malinconia e gratitudine da Paolo Cognetti in New York è una finestra senza tende (Laterza), di cui potete leggere alcuni stralci nell’articolo di Sole Bozzi per 84 Charing Cross. Questo senso di malinconia per le cose che si perdono, sbatte contro la cocciutaggine di chi è risoluto nel terminare un romanzo nello stesso luogo in cui lo ha iniziato. La permanenza contro l’impermanenza.

Come-il-colore-della-terra_coverCome il colore della terra di Marco Gastoni e Nicola Gobbi (Eris edizioni). E’ un graphic novel sulle origini della resistenza zapatista nei piccoli pueblos del Chiapas sprofondati in quella selva sulla quale le mani rapaci di un Messico che si vende sempre al miglior offerente si allungano con le buone o con le cattive. Molto più spesso con le cattive. Con l’esercito che mette a ferro e fuoco i villaggi, che arresta e tortura un popolo intero il quale ha deciso di ribellarsi contro l’indifferenza dei governi che non concedono mai alcun diritto a chi è dello stesso colore della terra; ribellarsi alla miseria da cui vengono oppressi; allo strapotere dei proprietari terrieri bianchi che soggiogano gli abitanti indigeni e i campesinos. Su questo blog trovate la mia recensione. Su Contropiano, invece, un articolo ripercorre le fasi storiche della rivolta, a partire dal capodanno del 1994 in cui, mentre Messico, Stati Uniti e Canada firmavano il Nafta – l’accordo nordamericano per il libero scambio commerciale – in Chiapas l’EZLN dava inizio all’insurrezione popolare contro lo sfruttamento delle risorse e la predatoria logica liberista subendo una reazione cruenta e sanguinaria da parte dell’esercito. Come il colore della terra, il titolo, è una citazione tratta dal discorso del subcomandante Marcos, figura leggendaria di questa lotta e dell’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, tenuto a San Cristóbal de Las Casas il 24 febbraio 2001, giorno della bandiera: La nostra è la marcia della dignità indigena. La marcia di noi che siamo del colore della terra e la marcia di tutti quelli che sono di tutti i colori del cuore della terra. Se vi state ancora chiedendo chi è il subcomandante Marcos e quale faccia si nasconda sotto il passamontagna, guardate questo video e lo scoprirere

garrard conlesyBoy Erased. Vite cancellate di Garrard Conley (Edizioni Black Coffee, tradotto da Leonardo Taiuti). E’ la storia autobiografica di Garrard che, a diciannove anni, dopo aver subito un abuso sessuale da un suo coetaneo al College, è costretto a dichiarare la sua omosessualità ai genitori, una madre succube e remissiva e un padre pastore battista. Il suo coming out spinge i genitori a sottoporlo ad una terapia di riorientamento sessuale, Garrard entra nel gruppo di terapia riparativa di una chiacchierata eppure potente organizzazione di matrice evangelista, Love In Action, che ha messo a punto un percorso di guarigione verso l’eterosessualità basato su un vero e proprio revisionismo delle biografie individuali di chi aderisce al programma. La storia di Conley, però, oltre che di dolore e straniamento, stigma e frattura, è anche storia della consapevolezza di quello che è e che non ha bisogno di alcuna cura perché non esiste alcuna malattia. La terapia riparativa è infondata, non ha alcun fondamento clinico, è frutto di un ossessivo parossismo religioso che rende perversione tutto quello che non risponde all’interpretazione letterale della Bibbia. La prova provata di questa inconsistenza – qualora ce ne servisse una – è John Smid: dichiaratosi gay guarito, alla testa di Love in Action per 22 anni, strenuo paladino della terapia riparativa, ha intrapeso un lento cammino di conversione al contrario, è uscito dall’organizzazione, ha sposato un uomo ed è diventato ambasciatore dei diritti LGBTQ. In questa profonda e toccante intervista rilasciata ad Insider, Conley – insieme alla madre che, dopo aver creduto alla necessità della terapia, ha letteralmente tirato fuori suo figlio dal programma di riconversione e, di fatto, salvato la sua vita – parla delle torture psicologiche subite durante il periodo di Love In Action, degli esercizi sul cosiddetto “inventario morale” – elencare tutte le fantasie o esperienze sessuali avute e sbandierarle davanti a tutto il gruppo in cura – e illustra in cosa consista realmente la terapia riparativa e quali sono i danni e le conseguenze che comporta sulle persone. Parla di lomotomia, elettroshock, camicie di forza, pratiche antesignane di quelle odierne (parliamo degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento), che hanno fatto dell’omosessualità  una malattia da curare e dalla quale guarire. Da questo memoir è stato tratto un film – Boy Erased – diretto da Joel Edgerton, in cui Nicole Kidman e Russel Crowe interpretano i genitori del giovane Garrard. Una lettura indispensabile e necessaria per questo mese di Pride.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...