Una – Io sono Una

cover unaUna (add editore, traduzione di Marta Barone) è la storia scorticata in carne viva sulla violenza di genere; è la storia di come lo stupro e il femminicidio, l’uso della donna come oggetto siano il resoconto squallido e volgare del delirio di onnipotenza unilateralmente accettato del maschio. Quella supposta e socialmente garantita impunità che crea dal niente il lupo e l’agnello, il carnefice e la vittima. Ruoli che di rado si ribaltano, si cancellano, si alterano. Una è ferita aperta che ancora sanguina, che appartiene a tutte. Niente si rimargina del tutto quando diventa stigma manifesto per l’opinione pubblica. La donna è puttana, per definizione. Che dica sì o no, il risultato non cambia; lei è costretta ad un silenzio per mancanza di credibilità. Non è un bavaglio di pudore quello che le tappa la bocca, ma un bavaglio sociale che la vuole così. Sottomessa, succube, mite alle intemperanze di uomini padroni che da secoli sono invariabilmente uguali a se stessi, come un prototipo. Il cambiamento richiede tempo, mi sembra di sentirvi dire. Abbiamo avuto qualcosa come migliaia di anni. Quanto ci vorrà ancora prima che ci liberiamo di questo peso morto? Una è la geografia di questa pochezza, meschinità, orrore. Ma è anche testimonianza della forza sovrumana della sopravvivenza agli effetti della violenza sessuale, sul lavorìo infinito alla ricerca di una via d’uscita dal senso di colpa, dalla bolla di piombo in cui chi subisce violenza si rinchiude per sfuggire al mormorio del mondo. L’attivismo è comune ma la vendetta è rara. Le persone che sopravvivono alla violenza sessuale di solito vanno avanti con la propria vita, così, nonostante portino su di sé i segni di trauma che non sono difficili da individuare, di rado ne parlano con altri. In questo graphic novel potente nelle illustrazioni, chirurgico nelle parole, la ragione sta nelle statistiche, nella denuncia aperta di un sistema cieco e sordo, affatto destabilizzato dalla gravità dello squilibrio di genere. Del resto, il titolo originale di questa opera è Becoming Unbecoming, diventare inadatta; come qualcosa di inopportuno che non si addice, sconveniente. Da un punto di vista introspettivo, però, quel senso di disadattamento è la matrice del disagio che fa sentire una donna fuori posto in ogni posto, costretta a faticare il doppio per dimostrare la metà del suo valore e senza che ci sia una ragione umanistica o scientifica che lo giustifichi. Quel disagio alimenta la frustrazione. O la rabbia. In ogni caso, fomenta due reazioni diametrali: la lotta o il silenzio.
La storia è autobiografica e si incastra in un panorama più vasto di violenze che negliuna anni Settanta ha insanguinato lo Yorkshire, in Inghilterra, quando un uomo uccide tredici donne a colpi di coltello e martello, dopo averle adescate. Alle ragazze viene impartito un codice di comportamento da riserva indiana: vestire in modo sobrio, niente abiti succinti, mai camminare da sole di notte, tornare a casa presto la sera. Quasi che il movente degli omicidi siano i loro costumi, quel famoso se l’è andata a cercare e non una paranoica idea di supremazia. Ed è proprio il se l’è andata a cercare che in questa vicenda umana abbatte le coordinate dello spazio e del tempo e la trasforma in un grido di indignazione e protesta universale. Posso anche essere coraggiosa, ma forse non è quello il punto. Mi chiedo perché in questo mondo ci si aspetta tanto coraggio dalle ragazze e dalle donne. Tutto il coraggio che c’è ogni giorno nel mondo…non lo conosciamo. Immaginate il volume, se dovessimo sentire il suono di tutte quelle voci in una volta sola. Dobbiamo ascoltarle. Non si può leggere questo graphic e pensare di ritornarsene alla vita di ogni giorno come se quella narrazione non ci riguardasse tutte, come se il pericolo di compagni, padri, fratelli, mariti violenti, egoisti e strafottenti non fosse anche il nostro. Anche l’indifferenza è violenza e, forse, è quella più crudele che si possa subire. In questa narrazione c’è una ragazza e poi una donna annegata in sguardi che si voltano dall’altra parte o che la fissano solo per giudicarla, morficarla, insultarla. Ci vuole coraggio a mettere nero su bianco un dolore così profondo, ci vuole coscienza per trasformarlo in un manifesto di denuncia, coscientizzazione per non rendercelo estraneo e lontano. Una è una lettura urgente, che mette il dito in una delle piaghe più purulente dell’intera esistenza umana, scabroso e – appunto – inopportuno, ancora oggi che il tema  si impone trasversalmente sull’agenda sociale e nonostante questo è trattato con una crescente e volgare ipocrisia. Non era facile fare i conti con questo scenario. Fare domande mature non sembrava possibile…Non era il genere di cosa che puoi buttare lì in una conversazione. L’intero argomento era ammantato di segreto e vergogna. Ma allo stesso tempo era sotto gli occhi di tutti“.

Su Spotify ho creato una personale playlist di brani che hanno fatto da sottofondo alla lettura di questa storia.

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