Ventuno – Guillem López

ventunoVentuno è giovane e non ha ancora subito alcuna modificazione. Dovrebbe lavorare in miniera, come tutti, ma si comporta come un lavativo. Un perdigiorno apatico, roso da una rabbia repressa, da una frustrazione crescente. Vive nel pozzo, un mondo sotterraneo fatto di cunicoli e caverne, umido, buio e lercio abitato da esseri mezzi uomini e mezzi macchine, impasti di carne e parti meccaniche, modificati, assemblati con ghiere e pistoni, parti metalliche e tubi. Automi idraulici, rottami spezzati dentro e fuori, spossati dalla fatica del lavoro, dalla ripetitività delle giornate, dalla fatica appena utile a non morire di fame. “Uomini e donne corrosi dalla stanchezza e dalle modificazioni corporee. Pezzi scambiati di posto in un rompicapo impossibile. Valvole e pistoni erano l’unica melodia della folla.[…]Ti toglievano gambe e braccia e li sostituivano con tenaglie e catene. Il ferro non è una buona pelle perché arrugginisce. Lo sanno tutti. Si corrompe con il sangue e gli umori che gli esseri umani suppurano. Carne rivettata e modellata a forza di preghiere e martellate”. Un esercito così, succube di un sistema schiavista cui Ventuno non intende assoggettarsi. In fondo al pozzo comandano il prefetto, la mala di Papa Piszkos e i sacerdoti. Sono loro che dettano le regole. Regole di chi sta al caldo, di chi non si ammazza di lavoro. Squadristi da un lato, atleti della liturgia dall’altra. Croce e martello per l’uomo ridotto a lamiera, a poltiglia di scarti riassemblati buoni per obbedire ed uccidersi fra loro. Nel pozzo non c’è bellezza e quando c’è è considerata un difetto genetico. Anche la felicità è un rischio. “Non c’era pericolo maggiore che essere felici e darlo a vedere”.
Ma perché vivere quella vita schifosa, perché morire di fame, di freddo, perché vestire di stracci, perché accontentarsi solo di bere, scopare e drogarsi. Perché dentro questo buco nero non provare ad essere qualcuno? Se il prefetto no e i sacerdoti neppure, perché non uno di quelli di papa Piszkos sempre alla ricerca di traditori, spie, delatori, sabotatori, gente che alza la testa, che vuole scappare dal pozzo, che vuole fargliela sotto il naso? Perché no, perché non uno della mala? Ventuno vede in questo il suo riscatto, la possibilità di diventare ricco, dormire in un letto caldo e scopare come si deve. L’occasione ce l’ha e non se la lascia sfuggire. Diventa l’occhio della mala, il braccio destro del braccio destro di Papa Piszkos con quella ottusità e quella rabbia che sembrano acume solo perché sospinte da una micidiale sete di vendetta, da un feroce desiderio di rivalsa. Per arrivare a tanto ordisce una trama complessa, muove fili e pedine, vende la vita di sua unasorella. Un piccolo sacrificio immolato alla sua affermazione, alla sua ascesa ai piani alti del potere. Una vita, tante vite sprecate in nome di una opulenza passeggera, perché “Dopo tutto, ungano, un taglio di capelli e dei vestiti puliti non cambiano ciò che uno ha dentro, lo camuffano soltanto. Puoi crederci per un po’, mentre ti guardi allo specchio e gli altri ti adulano, ma alla lunga la verità viene sempre a galla”.

Ventuno, Eris edizioni, traduzione di Francesca Bianchi. Chi dice di averlo letto tutto d’un fiato bara, perché qui dentro c’è puzza di chiuso, di sporco, di malattia, di fumo, di vomito, merda e alcol irrancidito che stringe la gola come un rivetto. E, come il rivetto, una volta che è stretto, non si può più allentare. Leggere tutto d’un fiato significa perdersi la spettrale, feroce bellezza della scrittura di Guillem López, serrata, abrasiva, greve, sprezzante, fortemente simbolica. Necessaria perché non fa prigionieri, per quel rigurgito di denuncia che emerge dai fondali sordidi in cui ci ha intrappolati di quel sistema abietto che abbiamo contribuito a costruire con l’individualismo e lo spirito di sopraffazione. Non si concedono pause, eppure allo stesso tempo obbliga ad una lentezza che la storia di per sé non concede, ad una riflessione che è analisi amara del tempo presente, ad una meditazione che è agra presa di consapevolezza sull’essere umano. Per farlo utilizza la distopia che da sempre è precorritrice del futuro. Letteratura profetica, anticipatrice di una realtà che si vorrebbe esorcizzare, non vedere e invece piomba sulle nostre teste come uno sparviero. Più vorremmo evitarla, più ce la ritroviamo tra i piedi; più desidereremmo relegarla al passato, più ci sembra mostruosamente attuale; più vorremmo che rimanesse chiusa tra le pagine immaginifiche dei romanzi, più la troviamo giganteggiare su quotidiani e telegiornali. La distopia è qui, in questa storia di esseri umani modificati, incastri di carne e parti meccaniche, automi educati nel dolore, nella fatica, nell’indifferenza. Questa di López è una attualissima storia sul consenso e sull’esercizio del potere, su cosa comporti desiderarli e su cosa significhi subirli.

guillem lopez“‘Winston, come fa un uomo a esercitare il potere su un altro uomo?’ Winston rifletté. ‘Facendolo soffrire’ rispose. ‘Bravo, facendolo soffrire. Non è sufficiente che ci obbedisca. Se non soffre, come facciamo ad essere certi che non obbedisca alla nostra volontà ma alla sua? Potere vuol dire infliggere dolore e umiliazione. Potere vuol dire ridurre la mente altrui in pezzi che poi rimetteremo insieme nella forma che più ci parrà opportuna […] Progresso, nel nostro mondo, significherà progredire verso una sofferenza più grande. Le antiche civiltà sostenevano di essere fondate sull’amore o sulla giustizia, la nostra è fondata sull’odio. Le sole emozioni destinate a esistere nel nostro mondo saranno la paura, la collera, l’esaltazione e l’umiliazione. Tutto il resto lo distruggeremo. Tutto’.” (1984, George Orwell)
L’obbedienza non basta. Ecco perché nel pozzo, man mano che i cicli della vita aumentano, gli uomini vengono progressivamente privati delle loro parti molli sostituite da pinze e tenaglie, placche di ferro, tubi e pistoni. Il potere, per essere tale, sovverte la parabola dell’essere umano, lo stravolge nella sua natura, lo modella a suo piacimento (mai a sua immagine e somiglianza), lo riduce a mero esecutore di un comando, lo riconduce ad uno stadio originario di bestialità dove a sopravvivere come un virus resistente agli antibiotici è solo la cattiveria nelle sue proteiformi declinazioni. Gli uomini diventano “un esercito di cadaveri ambulanti disposti a lavorare fino allo sfinimento per una misera paga e un posto sicuro dove dormire”. Non c’è spazio per altro in questa vita così sterile, così tanto evocativa di altre e altrettanto brutali storie di migranti, di precari, di gente abituata a spremersi in una fatica immane per cavare quel minimo insufficiente per sopravvivere. I nuovi schiavi, gli schiavi di sempre che la povertà trasforma in carne da cannone, un bacino dal quale il potere continua ad attingere senza sosta e che utilizza come strumento di propaganda in ogni possibile direzione. “Parlavamo delle esplosioni nel pozzo principale e di qualche minatore che era andato fuori di testa e aveva ammazzato tutta la sua unafamiglia dopo l’ultimo rintocco. Succedeva di continuo. Cambiavano solo i nomi e il luogo. Qualcuno non stava al gioco e accoltellava unfiglio o unamadre e poi si buttava di sotto dal pozzo o si consegnava ai sacerdoti che lo crocifiggevano come esempio di cattivo esempio; per i loro peccati venivano puniti, per aver perso giorni di lavoro, per aver disertato la miniera e per aver ucciso futuri meccaninsetti”.

Dal pozzo, dove si dorme in luoghi umidi e sporchi, dove si mangiano tozzi di pane ammuffito conteso ai topi, c’è chi tenta di andarsene e chi invece accarezza l’idea di entrare nell’aura magica e spietata del comando. Scappare costa e non è detto che ci si riesca e poi, una volta sulla terra, che cosa ne sarebbe di quelle figure mostruose? E’ un gioco di punti di vista in cui il fatalismo ha la sua parte. Per chi come Ventuno aspira al potere, la trasformazione da uomo a macchina è un fenomeno irreversibile. Non c’è reazione, non c’è rivolta, non c’è bene comune e allora restare significa sfruttare al massimo la situazione per sé. “Qua sotto noi siamo merda, cosa saremmo potuti diventare in superficie? Deformi, brutti per necessità genetica. […] Come si fa a non sentirsi un mostro in un posto del genere? […] Il vile orgoglio mi sussurrava che anche quegli uomini e quelle donne dalla pelle morbida e abbronzata, dai muscoli lunghi e i capelli scuri, sarebbero stati visti come dei mostri qua sotto, in mezzo ai meccaninsetti e agli emarginati, ai sifilitici e ai ciechi, sarebbero stati solo dei culi da violentare o dei corpi da spremere: collagene fresco, sangue pulito. Dipende tutto da che profondità si guarda”.
Il pozzo può essere un manicomio, un ospizio, un carcere, un ospedale; un luogo nel quale rinchiudere e togliere dalla vista tutto ciò che è imperfetto, immorale, malato, scomodo e che adultera e minaccia l’ordine e la normalità, la perfezione edonistica della superficie, il prato ben falciato della nostra coscienza. Il pozzo è un sottosuolo che dichiara la sconfitta del positivismo (recuperate le Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij e capirete perché), terra madre per ogni sporcizia e sofferenza, ricovero di qualunque marginalità. E’ il microcosmo in cui si esalta lo stigma come contraltare che declassa l’essere umano da persona completa a persona segnata, avulsa da ogni categoria predeterminata, sola nella sua bruttezza, eppure necessaria per definire la bellezza. “Loro, lassù, hanno bisogno di noi per essere quello che sono. Senza di noi, che cosa sono senza di noi?” La dicotomia insuperabile tra gli Eloj che stanno sulla terra e i Morlock che vivono sottoterra (leggete La macchina del tempo di Herbert George Wells), del povero e dello schiavo che esistono perché il ricco ed il padrone si sentano tali.
Alzi la mano chi ha il coraggio di giudicare e biasimare quanti si perdono dentro questo “purgatorio dell’inappropriato”. La domanda vera è: se non c’è alternativa a questo, cosa resta? Chi è disposto a giudicare l’immoralità e la lascivia con cui questi esseri umani si trascinano in “quel punto che sta sul bordo della mappa, lontano dal centro di tutto” non ha ancora fatto i conti con la propria parte più oscura, quella così scomoda che non si fa fatica a fingere che non esista.
L’essere umano è per natura portato a spingere per non rimanere ai margini del mondo, affermare se stesso e il suo diritto di vivere. Perché in fondo al pozzo dovrebbe essere diverso, se per una vita intera ti hanno educato a sentirti nessuno? E’ a questa illusione che Ventuno cede: alla pratica del consenso e all’estetica del potere, quell’attrazione magnetica ed irresistibile di gestire le umane e le divine cose, avere un diritto di prelazione sulla vita degli altri, guardarli da una prospettiva che non è quella del lombrico, godere della rapacità del privilegio. E se non puoi essere come loro – come il prefetto, i sacerdoti, la mala di Papa Piszkos – se non puoi essere loro, allora sii loro servo, porta loro l’acqua, lustra loro le scarpe, fai il lavoro sporco al posto loro, vivi come un satellite della loro luce riflessa. Alla gente basterà sapere a chi appartieni per concederti l’inebriante ebbrezza di esserti guadagnato quella forma subdola di rispetto frammisto a sospetto che non è altro che paura.
Sapete come dicono: non importa quanto tu sia intelligente ma quanto gli altri ti considerino intelligente? Funziona quasi sempre. Ero diventato un personaggio ammirato da gente che pensava dieci volte più di me, che masticava fil di ferro e pisciava olio usato. Quando a sostenerti c’è questo tipo di uomini, disposti a obbedire ai tuoi ordini, qualsiasi siano, e quando il silenzio lo senti come una trappola che morde le budella di qualcun altro e i loro sfinteri si stringono, si stringono…cazzo, questo è potere. Chi non lo vorrebbe?” Il potere fa perdere di vista la propria meschinità e, per converso, la trasforma in delirio di onnipotenza. E’ la sorte di tutti quelli che sono piccoli e per un caso si trovano a sentirsi grandi. Servi riusciti che diventano più carogne degli aguzzini. Ventuno incespica dentro questo cappio teso dal suo orgoglio, l’ottusità ignorante che confonde la realtà gli fa credere di essere più scaltro degli altri solo perché ha vissuto un giorno in più di loro, senza pensare che quel giorno di grazia non è la conquista della sua furbizia, ma una concessione alla sua obbedienza. Ecco allora che il pozzo si trasforma nella metafora di un enorme buco nero dentro il quale sprofonda la coscienza dell’uomo quando non sa più distinguere il bene dal male, quando per lui niente importa, quando l’unica pelle che conta è la sua. Ventuno è il traditore di tutti che si è arricchito vendendo amici e famiglia. Ha provato a farcela come tutti i poveracci e come tutti i poveracci che leccano ai capi le punte delle scarpe è finito ancora più in basso di dove era partito – per un eccesso di sicurezza e di spavalderia, un passo di troppo, un passo falso che non è piaciuto a quello stesso potere di cui lui credeva ormai di far parte – coi denti rotti, più solo, più lercio, più marcio di prima.
Quella di Ventuno è la parabola di ogni Barabba che ha salva la vita al prezzo di un’altra per un drammatico e grottesco equivoco che dà in pasto alla folla un innocente sulla cui pelle si imbastisce uno spettacolo, un delirante, gattopardesco baccanale. “La curiosità per il futuro faceva a gara con la sicurezza che le cose potessero solo peggiorare. Il mio più grande terrore era sempre stato fare la loro stessa fine, ballare e festeggiare una latro buco in cui patire e soffrire fino alla fine dei miei giorni. Poteva sembrare un’idiozia ma non lo era. Arrivati a quel punto, ogni nuovo strumento di tortura era un motivo di allegria e di festa. Con tutte quelle preghiere e orazioni, tutto quello scavare e alimentare i forni, si arriva a confondere gli estremi e a desiderare le umiliazioni, gli sputi e le bastonate sulla schiena. Altrimenti, quando questo non accade, ci si accanisce con tutta la rabbia possibile contro coloro che non ci disprezzano come fanno i sacerdoti, i funzionari, gli altri minatori…Amore, odio e tempo libero”.

Leggendo Ventuno, prendendo appunti su un taccuino e scrivendo questa lunga, meditata riflessione ho spesso pensato a quale potesse essere la musica di sottofondo a questa storia. Su Spotify ho creato una personale playlist di dieci tracce che a mio parere seguono l’evoluzione della storia.

Un commento

  1. Ciao Romina, la tua analisi si legge, si beve, si respira.

    Si gusta con tutti i sensi, per le parole, i pensieri, le emozioni che suscita e le riflessioni che sollecita.

    Grazie, Paola

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