Storia di un’attesa e di un incontro. Morte di Adamo di Elena Bono

morte-adamo-bono1Quando si aspetta, lo si fa sempre in modi diversi. Non si sa chi si aspetti, non si sa cosa ci aspetti. Nelle placide vite di ognuno arriva un momento in cui tutto si sfalda, ogni certezza si incrina, anche il fiato si spezza a trovarsi davanti a qualcosa più grande di noi che arriva a portarci una inedita luce, a schiarire un buio che avevamo ormai dato per certo. Basta un incontro fugace, una mano sul capo, un sospiro lieve, un gioco di sguardi; basta un viso rivolto alla cenere del camino, una brezza di pioggia che soffia dal mare. Basta questa emozione a sostenere tutto nel momento preciso in cui un dono si schiude.

Piccolo Abi aspetta il suo Signore che ritorni. Ogni Pasqua prepara una tavola con la solerzia di chi è solo cuore e nessun calcolo. Gli danno del matto per quell’attendere invano. Il suo Signore è andato via da anni oramai e tutti convinti, morto chissà dove. Ma Abi no, lui spera, lui è certo che il suo Signore tornerà. Solo, vecchio e senza più figli, l’unica cosa che gli resta è un agnelletto che si è ritrovato sperduto tra i rovi, che ha accudito come il bene più prezioso e che è disposto a sacrificare per amore di un amore più grande. Quell’amore che arriva dal fondo della strada circondato da bambini vocianti preludio di una gioia incontenibile che gli si posa sul capo con la tenerezza di una carezza, al piccolo Abi, confuso, stordito, ripagato della sua attesa. Esaudito, finalmente.
Thalità sta lungo tempo sotto il sicomoro. Ogni giorno si siede alla sua ombra a guardare la strada oltre il cancello. Si incanta in quella direzione, nessuno saprebbe dire con precisione perché. La piccola aspetta; aspetta di vederlo arrivare, il Rabbi, come arrivò quel giorno, a risvegliarla dalla morte. E a niente possono le chiacchiere contro il ciarlatano che i Maestri del Santo Sinedrio si affannano a costruire; niente le loro blandizie per metterle in bocca parole di spergiuro su di lui. La piccola si porta in cuore e sulle labbra cucite l’ustione perenne del fuoco ardente di un incontro che nessun potere costituito potrà spegnere.
Marco è un centurione, aspetta che l’uomo parli. Glielo hanno dato da frustare così, dicono senza condanna, ma i soldati lo hanno ridotto ad una poltiglia di carne spappolata lì, contro la colonna. Persino l’aquila di Roma ha il becco tutto impiastricciato di sangue. Fuori la folla lo vuole in mano per scorticarlo, le barbe unte lo vorrebbero spacciare prima possibile. Da nessuna parte, ovunque si volti, il centurione trova una stilla di compassione, una goccia di raziocinio. Ma quell’uomo è innocente e non tenta nemmeno di difendersi. Ma che legge è quella legge che uccide un innocente; ma che divisa è quella che difende una legge che uccide un innocente; ma che uomo è quello che indossa una divisa che difende una legge che uccide un innocente? Marco è guercio, ma il suo cuore dietro la corazza, dietro una vita misera fatta di ordini e comandi, dietro un carattere coriaceo e duro, vede; lo vede che quell’uomo fatto a pezzi, umiliato con una corona di spine, un drappo rosso ed una canna spezzata tra le mani non può essere solo un pazzo che si intitola re. Deve esserci una ragione, una ragione superiore più forte dei colpi di scorpione che stracciano le carni, più forte della paura dell’ombra di una croce che si allunga sulle sue spalle.

elena-bonoMorte di Adamo è il capolavoro assoluto di Elena Bono anima pura della letteratura contemporanea italiana, immeritatamente dimenticata. Una perla rimasta incorrotta e attualissima, una raccolta di sette racconti in cui figure minori quasi insignificanti dei Vangeli, che fanno da impuntura al cammino del Nazzareno fino alla sua crocifissione, si rendono protagoniste di altrettante storie. Uomini e donne che nella piccolezza delle proprie vite diventano testimoni di un incontro che li ha sconvolti e cambiati per sempre. Un incontro dal quale non si torna indietro, un gioco di sguardi dal quale si esce disorientati e scombussolati, dopo il quale bisogna ricominciare tutto daccapo, con un cuore nuovo. Eppure, in Elena Bono non c’è il più pallido alone di dottrina. L’unica dottrina è quella della vita pura che trabocca da ogni poro, quella in cui ciascuno non può non riconoscersi. Chi non ha mai atteso qualcuno con l’ansia e la trepidazione che impiccia ogni gesto e ogni pensiero; chi non ha mai avuto paura o addirittura terrore di ciò che lo attrae eppure gli sfugge; chi non è mai stato turbato da uno sguardo nel quale si è sciolta tutta, ma proprio tutta, la propria anima e la propria durezza; chi, almeno una volta nella vita, non ha opposto un silenzio carico di significato ad una serqua infinita di chiacchiere vane; chi non ha mai portato in cuore un amore puro e così profondo da giustificare lo scherno, la solitudine e l’attesa, fosse anche un’attesa di anni? Nessuno.

Morte di Adamo è una lettura senza riparo. E’ una lettura che scruta. Ci si sente come Adamo, nel primo racconto, che cerca di scappare dallo sguardo di Dio, che cerca un nascondiglio e in nessun posto lo trova. Così sta il lettore davanti a queste figure: nudo, ma di una nudità educativa ed evocativa, quasi salvifica, come salvifica è la verità – non la verità della dottrina, ma la verità degli uomini – quando ci attinge come una freccia e ci fa scoprire vulnerabili e che quel vuoto che chiamavamo assenza in realtà si chiamava attesa. Attesa che non è spazio di indolenza, ma frangente in cui coltivare in purezza l’Amore – quello asimmetrico, che si dona senza la presunzione di volerne ricevere in cambio – e preparare con grazia il cenacolo all’accoglienza per chi deve arrivare come fa Piccolo Abi e come Abi poter dire non andare più via…Non andartene più.
A questo punto, quell’assenza si trasforma in attesa e l’attesa in incontro; l’incontro con chi abbiamo atteso per anni, per il quale ci siamo preparati senza sapere che volto avesse, ma sentendo un tuffo al cuore ogni volta che ci avessimo pensato. E con tutto che ci siamo preparati, che abbiamo tenuto ogni cosa in ordine per il suo arrivo, che mille e mille volte abbiamo immaginato come sarebbe stato quel momento, quando arriva saremo impreparati e impacciati e tutto l’amore che ci scoppia in petto straripa con un boato di gorgo. Come qualcosa che alla fine ci coglie sempre di sorpresa, come un dono inaspettato. Ecco, Morte di Adamo è anche questo: un dono che si dà, che si concede gratuitamente, senza scambio. Non chiede contropartita, Elena, se non leggere questi racconti “con intelligenza”, senza scivolare nell’etichettatura facile, nello scetticismo spiccio, nell’intransigenza vacua, nello schematismo miope, nella chiusura ideologica. Ci chiede in cambio di leggere questi racconti con un cuore aperto a quell’amore particolare che è la grazia. Chen, in ebraico; Cháris in greco, Gratia in latino è – dice Enzo Bianchi – “favore, benevolenza, amore che non deve essere meritato”. E proprio perché è immeritato, è inaspettato e quando arriva è solo stupore e meraviglia, quell’ascia kafkiana che spezza il mare ghiacciato che è dentro di noi. Un evento di portata così grande da fare in modo che dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. Leggere con intelligenza è proiettare lo sguardo oltre la leopardiana siepe, quello sguardo che permette una connessione profonda con un Altrove che è deposito di essenziale, quello che per il Piccolo principe è invisibile agli occhi e che pure è il fulcro necessario di ogni vita umana. Un fulcro che si può raggiungere con molta osservazione e poco ragionamento. Con molta osservazione di cuore e di anima alla ricerca di una certezza morale, con l’accordare se stessi agli altri ed in essi mettere radici. Ecco, infine, è questo quello che fa Morte di Adamo in un lettore che accetta di farsi attecchire, di farsi terra per le sementi; è questo che fa Elena con la sua parola mai inutile: mette radici.

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