La biblioteca di Montag

Date da leggere agli affamati

Lingua, Antilingua, Neolingua. Ovvero di tramezzini e ombrellini

words

La Lingua serve per esprimersi e, in questa attività, possibilmente per essere compresi. Spesso, per non dire sempre, il rischio è di incappare nella trappola che segna la morte della parola. Vogliamo fare gli intellettuali. Le circostanze in cui l’autoreferenzialità spazia in campo aperto ci portano a pensare che il mezzo migliore per aiutarci nel nostro scopo di elevarci agli occhi degli altri (ed anche ai nostri stessi) sia proprio un utilizzo lezioso del linguaggio. Ci attrezziamo di un lessico dal quale peschiamo parole auliche di cui nella maggior parte dei casi ignoriamo il significato; giriamo intorno al tramezzino e lo chiamiamo quel pane in cassetta tagliato a piccoli triangoli e farcito con pomodoro, lattuga e maionese. Per dire “porto il cane a passeggio”, ci arrampichiamo sul dizionario, scartiamo tutte le opzioni di più immediata fruizione e adottiamo quella che ci sembra dimostri meglio la nostra padronanza linguistica ed esordiamo con un altisonante “reco il cane a promenare”. Non ci sarebbe alcuno scandalo se all’uomo della strada la nostra intenzione apparisse come un’operazione oscura e anche un po’ violenta. Non comprenderebbe le esigenze etologiche della nostra bestia e noi gli appariremmo come quel malfamato allibratore che fa mercimonio del proprio fedele quadrupede. Leggi il seguito di questo post »

Elena Bono, poetessa. Una riflessione, per amore. Solo per amore.

elena_bono_poesie_opera_omniaTra tutti i titoli che le si potessero dare, Elena Bono ne aveva scelto solo uno: poetessa.
I poeti sono quelle strane creature che sanno vedere oltre ogni cosa. E’ loro il dito che guardiamo quando cerchiamo chi ci indichi una strada perché sappiamo che essi l’hanno percorsa per primi e quando additano vanno a colpo sicuro. Sbagliare non possono, tradirci nemmeno. In essi riponiamo tutto e quando troviamo chi ci corrisponde, ne beviamo avidi ogni verso, ogni parola. Facciamo nostri anche i silenzi, soprattutto i silenzi tra una sillaba e l’altra perché è lì, in quella piccola sincope, che si sono fermati a respirare ed è lì, in quello spezzarsi di voce, che stiamo sospesi ad accogliere anche quel respiro dentro di noi.
Non c’è modo di trovare una sintesi alla poesia di Elena Bono, ma se un tentativo si potesse fare, allora sarebbe di chiederle in prestito un suo stesso verso: Così semplice era tutto, chiudere gli occhi e guardare. Un paradosso, sì, di quelli immensi e fortunati che all’uomo concedono la grazia di abitare la possibilità, di accettare di camminare dentro un mistero. Leggi il seguito di questo post »

Arthur Miller: Morte di un commesso viaggiatore. Il fallimento dell’American dream

morte-di-un-commesso-viaggiatoreWilly Loman è un commesso viaggiatore. Nella corsa all’affermazione personale, in un contesto come quello americano del secondo dopoguerra in cui il profitto è tutto, resta indietro e arranca. E’ vecchio e stanco e con due figli irrisolti che delle sue prediche a farsi una posizione non sanno che farsene. Il suo lavoro lo porta in giro per il Paese a dispiegare campionari senza mai riuscire a sfondare, in un incedere di mediocrità che riesce a scavalcare soltanto sognando le opportunità che arriveranno a cambiargli la vita. Quella che lui chiama speranza, però, non è che un sentimento posticcio e sterile, il cui vero nome è illusione e non dà motivazioni reali, ma solo buoni pretesti di autocommiserazione. Un ottimismo malato con il quale mette in piedi un castello di quelle illusioni fatto di benemerenze e guadagni inesistenti, di conoscenze e apprezzamenti ologrammatici al solo scopo di difendersi dai morsi che la realtà gli dà circondandolo di  gente che invece ce l’ha fatta. Viene da chiedersi se Willy ci creda davvero alle bugie che racconta. Forse ci crede, forse continuerebbe a crederci se questi specchi non gli riflettessero la sua vita,  smunta e scialba per come è. Non se ne accorgerebbe se non avesse un giardino sul quale non batte mai il sole e nel quale non cresce mai nulla, se non avesse un frigo nuovo, ma economico e che rosica cinghie di trasmissione come fosse un topo, se non avesse una moglie che rammenda calze davanti ai suoi occhi, se non avesse debiti fin sopra i capelli, se non lo licenziassero in tronco perché coi suoi scarsi profitti l’azienda per la quale ha lavorato da sempre – rinunciando ad un successo sicuro in Alaska – lo considera ormai un peso. Un povero venditore di piazza che ha sgobbato tutta la sua vita per farsi buttare nella spazzatura come tutti gli altri. Leggi il seguito di questo post »

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