La biblioteca di Montag

Date da leggere agli affamati

Alda Merini. La grammatica del dolore, lo scandalo dell’amore

Alda MeriniSi è soliti leggere la poesia di Alda Merini alla luce del suo disagio psichico. Tutto sembra dover essere illuminato da questa luce, ogni aspetto declinato secondo questo paradigma. Non si può dire che non sia così, ma si può dire che non è tutto. Si è sempre stati molto riduttivi nei confronti dei suoi versi, relegati a questa unica sfera della sua vita nonostante il suo monito: “Molti hanno pensato che la mia poesia si ala mia follia. Pochi hanno capito, invece, che la mia poesia è nata a prescindere da tutto e da tutti”. Andando a scandagliare con più accuratezza la natura stessa di quello che ha scritto, si scopre una ciclicità di temi che le sono molto cari, sviluppati sempre in maniera diversa. Una diversità data da impercettibili sfumature. Come un procedere per gradi e passi che dall’esterno risultano confusi, convulsi contraddittori. E’, questo suo, in tutto e per tutto un percorso di ricerca alla scoperta del nome da dare ad una malinconia, ad una nostalgia, ad una ferita, ad una tristezza. Una ricerca del nome da dare al dolore e all’amore. Sono questi i due grandi temi della poesia di Alda Merini; due insiemi macroscopici che contengono al loro interno – intersecandoli – tanti sottoinsiemi, tracce necessarie a definire proprio quel percorso di ricerca interiore. Definiscono il “cosa” e definiscono il “come”. Leggi il seguito di questo post »

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La vegetariana – Han Kang

la vegetarianaYeong-hye ha fatto un sogno, un sogno che si ripete spesso e sempre più truculento. Ha sognato sangue e carne macilenta. Da allora decide di diventare vegetariana. Per prima cosa svuota il frigorifero da ogni residuo di animale morto e poi, per quanto non lo faccia di proposito, inizia a mettere in difficoltà la famiglia con questa storia. La violenza psicologica che subisce per la sua scelta è senza pari ed una sera in cui il padre, durante una cena che avrebbe dovuto essere risolutiva della questione che è un’onta sociale per tutti ‒ padre, madre, marito, fratelli, zii ‒ tenta con la forza di ficcarle in bocca un pezzo di carne, Yeong-hye prende un coltello dal tavolo e si incide un taglio profondo sul polso. Da quel momento tutta la sua interiorità straripa, come se quella ferita avesse decompresso un bubbone. Smette di parlare, si ciba come un uccellino, passa molto tempo nuda a cercare la luce ed il sole, l’unica cosa di cui non è mai sazia. Solo quando il cognato, irresistibilmente attratto da lei, le disegna addosso dei grossi fiori con le tempere per un progetto artistico ‒ che cela in realtà un forte desiderio di possesso sessuale ‒ Yeong-hye si sente veramente viva. Come se quei fiori sulla carne fossero finalmente il sigillo della sua anima. Ma la sua autenticità è scambiata per follia ed in quanto tale curata…continua a leggere la recensione su Mangialibri

La notte ha la mia voce – Alessandra Sarchi

sarchi1Cosa succede se un incidente stradale ti ha privata dell’uso delle gambe e ti ha relegata su una sedia a rotelle che sai sì e no utilizzare, che non sai smontare né rimontare, che ti inchioda in una posizione che non è tua, non è del tuo corpo così abituato a librarsi per aria secondo il ritmo di una danza? Che cosa ne fai, poi, di questo corpo, che nemmeno questo è il tuo e nel quale ti trovi incidentalmente incastrata e altro non è che un doloroso ed inaccettabile metro di paragone tra la te di prima ed i corpi flessuosi, agili e dinamici della gente che ti scivola accanto compiendo il gesto più istintivo e atavico che possa esistere: camminare? Vivi una dimensione interiore fatta di domande ancestrali e laceranti e di nastri che si riavvolgono, di scene che si ripetono si accavallano. Ti punzecchi per continuare a rinnovare la consapevolezza che no, per quel torpore e quella insensibilità all’acqua, alla piuma, al punteruolo sotto le piante dei piedi non c’è redenzione. E com’era sentire il peso della bambina sulle cosce; com’era sentire il piede che calcava l’asfalto; sollevare la gamba con la caviglia fin quasi all’orecchio? Sensazioni che sfumano. Ma non si perdono. Memento. Vivi nell’impeto continuo di analizzare un passato che tanto è e tanto basta perché non ritorni indietro, mentre il presente non è che una pozza stagnante che ti si richiude sopra la testa. Sei tu e le ruote giganti della tua sedia a rotelle, che non potranno mai essere nemmeno un surrogato delle gambe inerti che devi pilotare con le mani e che ti portano a fare fisioterapia con un grumo di ostilità e rabbia per quel mondo che non sei tu, per la perfezione di Kate Moss che campeggia all’ingresso dell’ospedale, così sfacciata e sinuosa con le sue gambe slanciate. Nel groviglio della tua esistenza sospesa che non smette di guardarsi indietro solo per constatare lo sfacelo e il marciume di oggi, da sotto un paravento sbuca una protesi, una gamba di plastica e metallo che ti rivolta… Continua a leggere la recensione su Mangialibri

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