La biblioteca di Montag

Date da leggere agli affamati

Correre. Vita di Emil Zátopek da Bata alla Primavera di Praga

La parabola agonistica di Emil Zátopek inizia quando è un semplice operaio nelleCorrere Zatopek fabbriche di scarpe Bata, in Cecoslovacchia. Il Paese è un satellite dell’Unione Sovietica e in quanto tale assorbe ogni forma di sovrastruttura trasfusa da Mosca, incluse le grandi adunate sportive aziendali per forgiare lo spirito di corpo, la giusta dose di competizione cameratesca o la semplice illusione che tutto vada bene madama la Marchesa. Alle fabbriche Bata lo sport eletto è la corsa ed Emil corre, ma non gli piace. Lo fa solo per compiacere i capi e perché ha un’indole mite che non gli consente di dire di no. Corre con riluttanza, vince, ma lo trova lo stesso stupido e ridicolo. Però c’è qualcosa che lo attira di questo sforzo, una sorta di richiamo ancestrale che lo porta ad iniziare a correre di nascosto, coprendo via via distanze sempre più lunghe da casa alla fabbrica. Corre al mattino presto inventandosi un programma di esercizi tutto suo (apnee, gare di resistenza) e scopre che questo non solo lo diverte, ma gli dà anche un enorme piacere. Se potesse, adesso, correrebbe e basta. Leggi il seguito di questo post »

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Leggere dentro. Perchè il mondo esista, è necessario che anche un cieco lo veda

light from darknessUn laboratorio di lettura è un’alchimia. Un incontro, una fusione, uno scambio osmotico. Trasforma i metalli grezzi in oro, strappa dalle viscere genesi inattese. Nulla è scontato, niente prevedibile laddove la parola striscia sotto pelle ad ognuno con ritmi ed evoluzioni ingovernabili.
Nel contatto non censurato dai filtri, il verbo padrone non è preparare. Nella consapevolezza di un evento che scardina i ruoli, il verbo sovrano è accogliere, una compartecipazione che ha il sapore sempre vario della testimonianza.
E’ però anche un punto di non ritorno. La fame è sottile, ma cresce in costanza e intensità. La si legge nella domanda, nelle piccole fessure che si aprono in corazze dure e sedimentate, nel trattenere e nel ricordare contro ogni probabilità.
Ad ogni laboratorio entriamo nel campo delle esperienze non replicabili, che accadono una volta sola, che non possono essere né uguali né simili. Entriamo nel cerchio dentro il quale si scolpiscono geometrie che variano in forme e dimensioni. Il brano che si sceglie è una porta aperta all’interiorità incognita dell’altro, un varco in cui si entra in punta di piedi porgendo e donando la parola e se stessi.
E’ l’atto d’amore del corridore che a due metri dal traguardo si ferma ad aspettare chi è rimasto indietro ed alla vittoria non ha interesse quando in palio c’è un premio che non può condividere. Tempo di fare in pezzi il proprio cuore e darne parte a tutti senza fine (Elena Bono, Tempo è venuto).
Vale a tutti i livelli, ad ogni latitudine, ma ci sono luoghi in cui Giobbe grida più forte. Ed è lì che bisogna andare, dove i cinque sensi sono spenti, l’immaginazione annichilita, la fantasia schiacciata, la parola inaridita; in cui si possiede niente e si apprezza il poco e dentro quel poco si impara a possedere tutto. Leggi il seguito di questo post »

Come ho incontrato Moby Dick

Ken Taylor – Moby Dick (all rights reserved)

Non so come sia iniziato. Stavo ultimando l’ennesimo trasloco, in casa era rimasto solo il cuscino e la copia di Moby Dick illustrata da Rockwell Kent che stavo leggendo. Il pranzo seduta per terra accanto alla finestra socchiusa del balcone, una musica che arrivava sottile e le dita unte che sfogliano le pagine di un libro scomodo da tenere in qualunque posizione è l’ultimo ricordo che ho di quella casa lasciata in penombra per il caldo. Rimbombava nella controra la lettura ad alta voce a di alcuni passaggi in inglese dal primo capitolo, la ricerca febbrile di illustrazioni e declinazioni artistiche che mi testimoniassero la grandezza che stavo verificando con un misto di incredulità e sorpresa. Ritornavo alla prima copia comprata il giorno del mio compleanno nel 2009 non ricordo dove – sicuramente in un’altra vita – più volte aperta e richiusa, tirata fuori dallo scaffale e riposta di nuovo con un amaro senso di fallimento fino a che non è stato chiaro che quello era stato un corteggiamento durato un sacco di tempo, una melina sonnacchiosa prima dell’assalto all’arrembaggio.
In questo sbigottimento c’era la percezione che dietro ogni parola si nascondesse un universo che si legava agli altri in un insieme ordinato di cerchi e forme geometriche varie; che dietro ogni parola si celasse un cunicolo in cui infilarsi senza porsi domande. Era solo una impressione epidermica dettata dall’emozione, ma era anche un liquido incandescente che scendeva a rinvigorire vecchi ingranaggi dimenticati di cui in superficie si è iniziato a sentire un debole rumore di ghiere che tornano a girare con fatica tutte impastate nel grasso rappreso. Ho avvertito di non essere sola tra quelle pareti spoglie, gli armadi vuoti, i cassetti aperti, i borsoni davanti alla porta, Rosetta malinconica stesa sul pavimento con gli occhi pieni di noia e il naso umido. C’era un punto da cui potevo ripartire e quel punto era lì sotto i miei occhi, nel cuore gigantesco del capodoglio. Leggi il seguito di questo post »

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